25 novembre 2015
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Non è follia, è cultura. Perché è un dovere mostrare cosa accade dentro i macelli


di Francesco Ceccarelli – Responsabile investigazioni di Essere Animali

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In questo ultimo mese in mezzo mondo, Italia e Stati Uniti compresi, ci siamo resi conto che per mangiare una bistecca dobbiamo uccidere gli animali e che per farlo ci sono uomini (che noi paghiamo) costretti a compiere violenze, anche terribili. Perché fanno questo? Esistono diverse motivazioni, ma ce n’è una che innesca tutte le altre: gli animali sono essere senzienti (anche gli umani lo sono) e uccidere una persona contro la sua volontà non è mai cosa semplice.

E se questa “persona” pesa 400 Kg, punta i piedi e tu sei stressato da un lavoro (quanti di voi lo farebbero?) già impegnativo a livello psichico, divenuto frenetico con i processi d’industrializzazione, le conseguenze si trasformano in immagini che non possono far altro che inorridire l’opinione pubblica.

Pugni, calci, bastoni, pungoli elettrici, tirati per la coda o per le zampe, sono questi i modi con cui gli animali sani vengono scaricati dai camion o “accompagnati” alla gabbia di stordimento. Non è colpa di nessuno, è inevitabile, ci possono essere operatori più violenti di altri ma la quotidianità dei macelli è questa.

«La maggior parte degli animali che arrivano al macello, vivevano in allevamenti intensivi. Fino al momento in cui arriva il trasportatore per caricarli e strapparli dal loro ambiente familiare, sono stati costretti per mesi all’immobilità. Questo accade quasi sempre nel mezzo della notte e il trasporto è una situazione completamente nuova per gli animali. Infine, l’arrivo al macello. I maiali, bovini o pecore hanno paura di ciò che sta succedendo. La porta del camion si apre, gli animali avrebbero bisogno di un po’ di tempo per adeguarsi a questa situazione. Ma gli autisti e i lavoratori del macello hanno il compito di svuotare il camion e “liberare” il trasportatore il prima possibile. Quindi non viene atteso che gli animali scendano di loro proposito ma vengono forzati a farlo, con urla percosse o altri strumenti battuti sui corpi degli animali.»

Questa testimonianza si trova nel report dell’ultima indagine condotta dall’associazione VGT dove, con l’ausilio di telecamere nascoste, gli attivisti hanno documentato 20 macelli austriaci in 7 diverse province.

Per incanalare gli animali verso la destinazione finale, non bastano stretti corridoi, rampe antisdrucciolo o cancelletti di smistamento. Anche nel modello circolare studiato da Temple Grandin per attenuare l’agonia del momento, alcuni di loro sono consapevoli a quale destino stanno andando incontro e “le maniere forti” sono l’unico modo per convincerli ad andare avanti.

Per i soggetti malati e impossibilitati a raggiungere con le proprie zampe la morte, il trattamento riservato non è diverso da quello utilizzato per spostare un pallet di mattoni: ma in questo caso le forche del muletto e le catene dei montacarichi lacerano corpi e strappano arti. Appare tragicomica – se non fosse che a subire queste brutali pratiche sono mucche spremute da anni trascorsi a produrre latte – la scena ripresa dalle telecamere del Corpo Forestale all’Italcarni di Ghedi. Quando gli inquirenti hanno chiesto agli operatori del macello di comportarsi come “facevano di solito”, senza nessun problema essi hanno iniziato, o meglio continuato, a inforcare gli animali con il muletto, tutto sotto la supervisione del veterinario AUSL, preposto al controllo dell’impianto bresciano. Tutto ciò a dimostrare quanto queste barbarie sono diventate a tutti gli effetti “procedure operative standard”.
Per non parlare poi dello stordimento. Secondo il regolamento (CE) n. 1099/2009 è il «processo indotto intenzionalmente che provochi in modo indolore la perdita di coscienza e di sensibilità, incluso qualsiasi processo determinante la morte istantanea». Ma proprio con i miei occhi ho visto maiali nel pieno delle forze venir storditi due volte, prima (senza successo) con pinza elettrica, poi con pistola captiva perché il loro giovane corpo non voleva arrendersi. Tra un tentativo e l’altro posso assicurarvi che le raccomandazioni del regolamento erano state inattese e il fatto che l’animale stesse provando dolore è stato confermato dalla corsa dell’operatore a impugnare e caricare la pistola per interrompere questa agonia.

Altre volte, in macelli più piccoli dove si produce carne a Km0 e l’alienazione della catena di (s)montaggio ci dicono dovrebbe rendere tutto più umano, ho assistito ad animali ripigliarsi dallo stato d’incoscienza a causa della lentezza delle procedure, e venir ugualmente iugulati. Anche gli attivisti infiltrati di L214 hanno riscontrato queste situazioni, nel macello di Alès in Francia dove hanno filmato un vitellone rimasto appeso per una zampa 4 minuti prima di recidergli la giugulare.

Ma a rimanere sconvolti dalle immagini di dissanguamento o alle fasi di abbattimento degli animali non sono solo i team investigativi delle associazioni. Ad essere partecipi di queste brutali scene sono gli stessi animali che rimangono palesamene scossi nel veder quello che accade ai loro simili. È così che abbiamo filmato cavalli che indietreggiano alla vista dei loro compagni stramazzare a terra o gli occhi impietriti di agnelli mentre fissavano corpi appesi che schizzavano sangue da tutte le parti.

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Un’altra incredibile violenza strutturale non additabile alla noncuranza o al comportamento violento degli operatori è sicuramente lo stordimento con CO2 (anidride carbonica), un mezzo ampiamente utilizzato per portare a morte celebrale polli e galline, ma in uso anche per i maiali. Questa clip, pubblicata il 16 novembre scorso, è uno dei tanti video diffusi dalla VGT e mostra gli ultimi sprazzi di vita di alcuni maialini soffocati in una camera gas.

Chi è disposto a partecipare a tutto questo dolore?

Si può affermare con assoluta sicurezza che la maggior parte dei lavoratori è composta da coloro che nella nostra società hanno meno opportunità. Secondo il rapporto “Immigrazione e mercati del lavoro: gli impatti della crisi” in Lombardia, la regione con il numero più alto di stabilimenti autorizzati alla macellazione (circa 200), il 58% degli occupati nella filiera zootecnica è di origine straniera.

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E non mancano di certo episodi di illegalità anche per quanto riguarda l’ingaggio di questi lavoratori come hanno denunciato alcuni sindacalisti modenesi. Nella “patria del salame” sono stati scoperti casi di caporalato e irregolarità sistemiche da parte di cooperative fasulle che si aggiudicavano appalti, al massimo ribasso, all’interno di ditte dedite alla macellazione.

«Gli ingredienti sono sempre gli stessi: lavoratori stranieri non sindacalizzati con la necessità di rinnovare un permesso di soggiorno (ma iniziano a vedersi anche gli italiani), statuti e regolamenti che nessun socio ha mai visto, espulsione di chi non può più lavorare tramite una delibera del consiglio di amministrazione. Teniamo presente che il lavoro è massacrante soprattutto per chi nei macelli ci entra con una coop vincitrice di un appalto al massimo ribasso. Dopo i 40 anni molti non riescono più a tenere in mano un coltello.» dal Fatto Quotidiano.

Ma questo non accade solo in Italia. Qualche anno fa in Germania scoppiò uno scandalo «per un intreccio di sfruttamento di lavoratori stranieri, salari da fame, alloggi miserabili, condizioni di lavoro limite» proprio in aziende coinvolte nell’industria della carne.

Come si riesce a sopravvivere a contatto di tutta questa violenza?

Timothy Pachirat è un sociologo americano che ha lavorato in incognito per un anno all’interno di un grosso macello.

«Volevo capire come i processi di violenza di massa divengono normali nella moderna società, e volevo farlo dal punto di vista di chi lavora in un macello. La mia impressione era che, portare l’attenzione vicina a come viene operata l’uccisione industrializzata, avrebbe potuto non solo mettere in luce come la realtà del massacro animale viene resa tollerabile, ma anche come la distanza e l’occultamento operano in analoghi processi sociali: guerra eseguita da eserciti di volontari…»

Nel suo libro Every Twelve Seconds, Pachirat spiega che tutta una serie di burocratizzazioni, profilassi e una complessa divisione delle mansioni e degli spazi, agisce allo scopo di compartimentalizzare e neutralizzare l’esperienza del “lavoro di uccidere”, riuscendo in questo modo ad aumentare la distanza e l’occultamento del processo di violenza da parte di chi vi prende parte direttamente.

«Temperature, pressioni idrauliche, concentrazioni di acido, conto dei batteri, e sterilizzazione dei coltelli diventano l’obiettivo primario, al contrario della massiccia, incessante sottrazione di vite.»

È del tutto ovvio che non siano solo questi escamotage operativi che ci consentono di far arrivare la bistecca sul nostro piatto, a mio avviso la ragione primaria risiede nel fatto che questa violenza è tollerata dalla maggioranza dei componenti della nostra società. Ma anche per questa legittimazione di massa entrano in gioco ancora meccanismi di occultamento/allontanamento e linguaggi eufemistici che non trasmettono il giusto peso alle cose (es. i termini generici di Hamburgher, Hot Dog, cotoletta, prosciutto, macinato o fettina per indicare ciò che prima era parte di un essere vivente).

L’opinione pubblica non deve sapere da dove e come viene prodotta la carne, quindi si reclutano lavoratori ai margini della società e si costruiscono i macelli nelle periferie: ecco come la violenza dell’uccidere viene tenuta nascosta. Il sociologo francese Norbert Elias sostiene che “l’occultamento e lo spostamento della violenza”, piuttosto che la sua eliminazione o riduzione, siano il segno distintivo della civilizzazione. Di certo la macellazione industrializzata non sfugge a questo fenomeno.

Cosa fare?

Partendo da quanto affermato finora non si può prescindere che la responsabilità morale per quanto accade nei macelli – e non solo – è e deve essere considerata a livello collettivo. Chi beneficia del “prodotto sporco” non può lavarsene le mani. È in questa ottica che le indagini che tolgono quel velo di segretezza in queste zone grigie della nostra contemporaneità, siano al giorno d’oggi estremamente preziose per far sì che queste violenze vengano fermate. Senza l’informazione è impensabile che le persone facciano scelte consapevoli e prendano dei provvedimenti concreti che vanno in direzione contraria a ciò che sono abituate a fare.

Infine, voglio concludere questo approfondimento con una foto degli attivisti finlandesi di Oikeutta Eläimille che si sono ripresi mentre posizionavano illegalmente una piccola telecamera all’interno di un macello, facendosi così testimoni del monito di Émile Durkheim: «Quante volte […] il reato non è altro che un’anticipazione della morale futura, il primo passo verso ciò che sarà!»

OE

Oikeutta Eläimille

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